Il Colonnato di San Pietro è molto più di un capolavoro barocco: è un abbraccio scolpito nel marmo, pensato da Bernini per accogliere ogni sguardo e ogni passo
Nel cuore di Roma, là dove l’occhio del pellegrino incontra la vastità del cielo e la pietra sembra farsi respiro, si erge il Colonnato di San Pietro: capolavoro dell’arte barocca e della mente di Gian Lorenzo Bernini. Questo prodigio di armonia e misura non è soltanto un insieme di colonne, ma una concezione dello spazio sacro come gesto umano, un abbraccio che unisce. Tra la precisione geometrica e la potenza spirituale, il colonnato diventa simbolo e scena del dialogo eterno tra fede, arte e ordine cosmico.
Pensato e costruito tra il 1656 e il 1667, in uno dei momenti più alti della cultura europea, l’opera di Bernini definisce il linguaggio dell’urbis apostolicae, incarnando la sintesi di bellezza, scienza e spiritualità. Ogni dettaglio — dal diametro delle colonne alla loro disposizione ellittica — obbedisce a una logica invisibile e sublime: quella della Divina Proporzione, della matematicità della grazia.
- L’idea incarnata: Bernini e la nascita dell’abbraccio
- Proporzione e teologia della luce
- Geometria dell’infinito: il linguaggio del potere e della misericordia
- Una coreografia urbana: spazio, folla, rito
- Focus storico: la genesi di un’opera universale
- Eredità e interpretazioni contemporanee
- Riflessione finale
L’idea incarnata: Bernini e la nascita dell’abbraccio
Quando Alessandro VII incarica Gian Lorenzo Bernini di progettare la nuova piazza antistante alla basilica di San Pietro, Roma stava vivendo il culmine della sua teatralità barocca. Bernini, che aveva già scolpito l’estasi di Santa Teresa e disegnato le geometrie del Baldacchino, riceve il compito di dare forma all’accoglienza della Chiesa universale. La risposta è un gesto architettonico che ancora oggi stupisce per la sua potenza simbolica: un’ellisse aperta, cinta da due bracci di colonne disposte su quattro file.
L’artista spiega che quei bracci, nella loro curva delicata e monumentale, rappresentano “le braccia della Madre Chiesa che accolgono l’umanità”. In questa visione, lo spazio smette di essere semplice contorno e diventa metafora: la pietra non chiude, ma invita. È un’architettura empatica, tesa verso il mondo, dove l’ordine architettonico si trasforma in linguaggio spirituale.
Le 284 colonne totali, alte 20 metri, disposte in quattro file simmetriche, non generano solamente ritmo e maestosità; esse impongono un movimento visivo che accompagna lo spettatore verso la basilica. Dal punto focale contrassegnato da un disco di porfido sulla piazza, il passante percepisce le quattro file come una sola, perfettamente allineata: un miracolo prospettico che trasforma la visione in partecipazione.
Secondo i dati forniti dal Vatican City State | Ufficio dei Beni Culturali, la complessa progettazione venne calibrata su principi geometrici derivanti dalle proporzioni michelangiolesche del tamburo della cupola e dalla spazialità delle antiche piazze imperiali. Bernini fonde il linguaggio classico con la teatralità barocca, facendo della Piazza San Pietro un dispositivo poetico dove il pellegrino si sente, nello stesso tempo, piccolo di fronte all’eterno e parte integrale di esso.
Proporzione e teologia della luce
La forma ellittica della piazza non fu scelta a caso. Nell’ellisse, Bernini trovò il simbolo di una duplicità unita, di un dinamismo che lega due centri, due poli: Dio e l’uomo. Questo concetto di proporzione viva era già radicato nella mistica rinascimentale e nella filosofia neoplatonica, dove la bellezza diventava manifestazione dell’ordine divino.
Il colonnato non ostacola la luce; la filtra, la incide, la fa danzare. Di mattina, il sole romano taglia le colonne e proietta ombre che sembrano meri disegni di chiaroscuro; di pomeriggio, la pietra si fa calda, dorata, pulsante. L’intera piazza funziona come una macchina di luce e ombra, una clessidra visiva che accompagna il ciclo della giornata, trasformando il tempo in liturgia.
Bernini, da scultore del marmo, sapeva che la materia non è mai neutra: ogni proporzione possiede una vibrazione segreta. Le distanze tra le colonne, l’altezza delle travature, persino la disposizione delle statue dei santi — 140 figure che coronano la trabeazione — obbediscono a un calcolo spirituale. Il colonnato è quindi non solo un’opera d’ingegneria, ma un manifesto di teologia architettonica.
In un’epoca segnata dalle tensioni religiose del post-Tridentino, l’arte e la proporzione diventano strumenti di mediazione: la bellezza come linguaggio universale di verità.
Geometria dell’infinito: il linguaggio del potere e della misericordia
Il Colonnato di San Pietro è il frutto di una visione complessa, che combina l’esigenza politica del papato con il desiderio di universalità cristiana. Roma, in quel XVII secolo di entusiasmi e contraddizioni, aveva bisogno di mostrarsi come il cuore del mondo cattolico, ma anche come centro di una civiltà umanistica capace di accogliere.
L’uso dell’ellisse — figura non statica, ma dinamica e avvolgente — incarna perfettamente tale ambizione. A differenza del cerchio, l’ellisse suggerisce movimento, tensione, relazione. Il fedele che attraversa la piazza non entra in un’enclave chiusa, ma percorre uno spazio in divenire, un vortice misurato dove l’ordinato e il caotico si riconciliano.
La struttura rispetta l’antica idea vitruviana di armonia basata su moduli proporzionali legati al corpo umano. Tuttavia, Bernini ne amplifica il potere simbolico: le colonne diventano membra della Chiesa, i capitelli i suoi pensieri, la trabeazione il suo respiro.
Il linguaggio del potere papale, così espresso, è profondamente trasfigurato: dietro la monumentalità si cela un messaggio di misericordia e universalità. Lo spazio sacro non coincide più con la gerarchia, ma con una geometria dell’infinito, dove chiunque può sentirsi parte di un ordine cosmico comprensibile solo attraverso la bellezza.
Una coreografia urbana: spazio, folla, rito
La piazza di San Pietro non è solo una composizione architettonica, ma un organismo vivente, un teatro urbano costruito per la liturgia e per la scena del quotidiano. Bernini comprende che la città barocca si fonda sul movimento collettivo, sulla regia delle emozioni: per questo progetta il colonnato come palcoscenico e platea insieme.
Durante le cerimonie, i pellegrini riempiono l’ellisse come onde che si dispongono secondo il ritmo della pietra; le colonne, giganteschi silenzi verticali, accompagnano il coro delle voci. Tutto è orchestrato in funzione dell’esperienza: il passaggio dal caos delle vie di Borgo Santo Spirito alla vastità luminosa della piazza rappresenta un rito di purificazione, un itinerario estetico e spirituale.
Si può leggere quest’opera anche come precursore della regia urbana moderna. Bernini anticipa la concezione scenografica dello spazio pubblico, dove gli edifici dialogano con i corpi e i gesti della collettività. La sua piazza è una “macchina teatrale” non meno innovativa di quelle che il barocco usava nei teatri.
Elementi principali di questo linguaggio urbano:
- Ritmo e sequenza visiva: la progressione delle colonne genera un movimento controllato dell’occhio e del corpo.
- Relazione tra centro e periferia: l’obelisco egizio al centro fissa il punto di equilibrio cosmico, integrato con le linee dell’ellisse.
- Interazione con la massa: la folla stessa diventa parte dell’opera, materia viva della scena architettonica.
Focus storico: la genesi di un’opera universale
Anno: 1656–1667
Artista: Gian Lorenzo Bernini
Committente: Papa Alessandro VII (Fabio Chigi)
Materiale: Travertino di Tivoli
Numero colonne: 284
Ordine architettonico: Dorico toscano modificato
Dietro la serenità apparente del colonnato, si cela un decennio di lavoro intenso e complesso. Bernini dovette adattarsi a un contesto irregolare, con vincoli già fissati dalla basilica e dallo spazio urbano circostante. Il progetto subì alcune revisioni sostanziali: inizialmente si prevedeva una piazza trapezoidale, ma la soluzione finale, ellittica, risultò più armoniosa e coerente con la monumentalità michelangiolesca della basilica.
Gli studi prospettici di Bernini rivelano un senso quasi scientifico della percezione visiva: il colonnato fu costruito per essere visto in movimento. A differenza delle architetture rinascimentali statiche, qui ogni punto di vista genera una trasformazione. Da un estremo della piazza, le colonne appaiono dense come un muro; da un altro, si dissolvono in trasparenza. L’esperienza diventa così poetica e dinamica.
Il cantiere coinvolse un gran numero di artigiani, scultori e ingegneri. Ogni blocco di travertino veniva sollevato con sistemi di carrucole e collocato secondo calcoli millimetrici. La precisione era assoluta, ma l’intento era spirituale: trasformare il calcolo in liturgia.
Eredità e interpretazioni contemporanee
Oggi, il colonnato continua a essere non solo un simbolo della Città del Vaticano, ma anche un laboratorio di significati per l’arte contemporanea e la filosofia dello spazio. Architetti come Richard Meier o Santiago Calatrava hanno riconosciuto nel ritmo berniniano una lezione eterna: quella di una geometria che si fa gesto.
Nel dibattito estetico odierno, spesso diviso tra minimalismo e monumentalità, l’opera di Bernini suggerisce una terza via: la pienezza empatica della forma, dove la bellezza non nasce né dal vuoto né dall’eccesso, ma dall’equilibrio delle proporzioni interne. La sua capacità di coniugare rigore matematico e partecipazione emotiva rimane un modello per ogni architettura che voglia essere spirituale senza essere retorica.
Nei tempi recenti, le molteplici dirette televisive e le vedute aeree del colonnato durante le cerimonie papali hanno rivelato la modernità della sua concezione scenografica. Nella prospettiva di milioni di persone che lo contemplano, l’opera non ha perso un frammento della sua potenza simbolica: continua a parlare, silenziosamente, di unità, armonia, perdono.
Risonanze simboliche contemporanee
- Accoglienza e inclusione: l’ellisse come metafora del dialogo universale.
- Sostenibilità della forma: la solidità del travertino come paradigma di durata, contro l’effimero dell’oggi.
- Armonia proporzionale: modello di bellezza misurata, di intelligenza costruttiva.
Riflessione finale
Il Colonnato di San Pietro: capolavoro esclusivo e straordinario non appartiene soltanto al XVII secolo: è un organismo eterno, un pensiero in pietra che parla a ogni epoca. Nel suo gesto curvo riconosciamo l’archetipo dell’accoglienza, la forma stessa della misericordia. La proporzione che lo governa non è un calcolo freddo, ma un equilibrio che genera emozione, una intelligenza del bello che rimane insegnamento universale.
Come ogni capolavoro, l’opera di Bernini travalica il suo tempo per divenire filosofia concretizzata: la manifestazione visibile di ciò che la rivista Divina Proporzione riconosce come principio cardine — la bellezza come intelligenza, l’armonia come conoscenza.
In quell’abbraccio di travertino, l’uomo trova ancora oggi la misura del cielo e la certezza della terra: la consapevolezza che, attraverso la perenne alleanza tra arte e spirito, anche la pietra può respirare eternità.





