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L’Architettura Come Visione Celeste: Torino e le Cupole di Guarini

Passeggiare per Torino significa sollevare lo sguardo e lasciarsi incantare dalle cupole di Guarini, dove luce e geometria si fondono in un abbraccio celeste. Ogni linea e riflesso raccontano la visione di un genio che ha trasformato la fede in architettura viva

In nessun’altra città europea del Seicento, la spiritualità dell’architettura raggiunge una tale tensione verso l’assoluto, trasformando la materia in un disegno che pare appartenere al cielo più che alla terra come Torino. Camillo-Guarino Guarini, genio matematico, teologo teatino e maestro di architettura, ha lasciato alla città un eredità che ancora oggi vibra di un fascino indecifrabile: un lessico di pietra che parla in cifre, proporzioni e visioni stellari.

Nell’aria della capitale sabauda – sospesa fra rigore razionale e fervore barocco – la sua opera riplasma la percezione dello spazio sacro. La cupola non è più semplice copertura, ma un organismo vivo, un firmamento geometrico che cattura la luce e la restituisce come segno del divino. Lì dove l’ingegno umano incontra la fede, Guarini edifica un linguaggio architettonico che è insieme esperimento scientifico e poema spirituale.

Guarini, il Teatino matematico

Camillo Guarino Guarini nasce a Modena nel 1624. Entra giovanissimo nell’Ordine dei Teatini, dove unisce le discipline matematiche alla filosofia, alla teologia e all’arte del costruire. Nomade dell’intelletto, viaggia tra Messina, Parigi, Lisbona e infine Torino, dove giunge nel 1666 alla corte dei Duchi di Savoia. Lì troverà la scena ideale per congiungere la sua fede nella misura con un linguaggio architettonico d’eccezione.

Guarini non fu soltanto architetto, ma anche autore di trattati fondamentali: il Trattato di Architettura Civile, pubblicato postumo nel 1737, e il Placita Philosophica, specchio della sua mente universale. In queste pagine egli espone una concezione dell’architettura come matematica incarnata, dove ogni proporzione diventa veicolo del pensiero divino. Il suo metodo, fondato su geometrie stellate, archi intrecciati e piani sovrapposti, anticipa intuizioni che verranno comprese pienamente solo secoli dopo.

Secondo la Fondazione Torino Musei, le sue architetture “introducono a Torino un linguaggio di straordinaria complessità geometrica, in cui la luce diventa materia e la struttura si fa decorazione”. In Guarini la complessità non è ornamento, ma via di elevazione: un cammino d’intelletto verso la verità.

Torino laboratorio del Barocco piemontese

Quando Guarini approda a Torino, la città è in piena trasformazione. Guidata dai Savoia, si prepara a divenire capitale di un regno e laboratorio di modernità. Le vie ortogonali disegnate da Carlo e Amedeo di Castellamonte stabiliscono la griglia su cui il Barocco torinese innesterà i propri arabeschi.

In questo contesto, Guarini diventa l’alchimista di un barocco meno teatrale e più concettuale, innervato di matematiche e di misticismo. Il suo linguaggio si differenzia da quello di architetti contemporanei come Bernini o Borromini: mentre a Roma prevale il dinamismo della forma in movimento, a Torino Guarini indaga il senso metafisico del numero e della luce.

Le cupole si moltiplicano come strumenti di indagine: ognuna riscrive il vocabolario del divino nella materia architettonica. L’esperimento di Guarini si compie attraverso:

  • Intersezioni di archi e parabole, che dissolvono la staticità della struttura;
  • Uso simbolico della luce, che penetra attraverso aperture calibrate, trasformando il chiarore in voce spirituale;
  • Proporzioni derivate dalla geometria euclidea e pitagorica, interpretate come scale verso Dio.

Questa concezione, più mentale che decorativa, fa della Torino del Seicento un laboratorio metafisico. Qui l’architettura diventa filosofia visibile, capace di fondere la tensione verticale del pensiero con la concretezza della pietra.

Le cupole di Guarini: laboratorio di luce e proporzione

Se c’è un elemento che identifica l’opera guarinesca, è la cupola. Non più simbolo statico della volta celeste, ma entità dinamica e penetrabile, fatta d’ombre e di trasparenze.

Le esperienze fondative

La chiesa di San Lorenzo (1668–1687) è forse il primo grande manifesto del suo stile. La pianta ottagonale si apre verso l’alto in una serie di archi intrecciati che formano una rete stellata, culminante in un lucernario centrale. L’effetto, ancora oggi, è stupefacente: la luce rimbalza sulle superfici concave e si moltiplica negli incastri della cupola, fino a dissolvere la materia. Qui Guarini inventa una spiritualità della luce, traducendo in architettura l’idea neoplatonica che l’universo sia ordine matematico illuminato dal pensiero divino.

A Santa Maria della Divina Provvidenza, progettata per il suo Ordine, l’equilibrio tra armonia numerica e devozione assume una forma più raccolta, quasi contemplativa. Ogni cupola di Guarini sembra rispondere a una domanda differente sul rapporto tra finito e infinito, tra razionalità e mistero.

Geometria come linguaggio sacro

Guarini vedeva nella matematica non uno strumento di calcolo, ma un alfabeto cosmico. Le sue strutture reticolari, composte di archi diagonali e cerchi inscritti, rimandano al concetto di divina proportione di Luca Pacioli, ripreso e trasfigurato in chiave barocca.
In molte cupole torinesi, Guarini disegna una progressione di poligoni regolari che si trasformano gradualmente, come se l’edificio stesso ascendesse passo dopo passo verso la perfezione.

L’effetto di tali geometrie è duplice:

  • Percettivo, perché la luce in continuo mutamento de-materializza le superfici;
  • Simbolico, perché l’occhio dell’osservatore percepisce l’ordine invisibile del mondo.

Torino diviene così una costellazione di cupole, in cui ogni chiesa riflette la tensione dell’uomo barocco fra scienza e fede.

La Cappella della Sindone: il cuore segreto della geometria sacra

Forse nessun edificio condensa tanto l’ingegno di Guarini quanto la Cappella della Sacra Sindone, situata tra il Duomo e il palazzo reale. Iniziata da Carlo di Castellamonte e completata da Guarini intorno al 1694, essa è spesso definita la “cupola delle cupole”, vertice assoluto dell’architettura barocca.

Focus – La fiamma di pietra: la cupola della Sindone (1694)

La cupola della Cappella della Sindone si innalza come una spirale di luce formata da sei ordini di archi intrecciati. Le lesene nere in marmo di Frabosa esaltano il contrasto con la luce che penetra dall’alto. Tutto tende verso il lucernario, che si apre come un occhio divino sul mistero del telo custodito in basso.
Il percorso ascensionale, scandito da archi sempre più piccoli e fitti, genera un senso di vertigine e di elevazione mistica. È un’esperienza di ascesa attraverso la logica geometrica, in cui la fede si trasmuta in forma.

Il restauro e la rinascita

Dopo il disastroso incendio del 1997, la Cappella è stata oggetto di un lunghissimo restauro culminato nel 2018. Il recupero – guidato da un’équipe di architetti e storici dell’arte – ha restituito all’opera la sua trasparenza originaria, ripristinando gli effetti ottici ideati da Guarini.
Secondo la Direzione Generale dei Musei del Piemonte, il restauro ha permesso di comprendere ancora meglio “la complessità dell’ingegneria guarinesca, un sistema portante che sfida le regole della statica del tempo”.

Così la Cappella della Sindone non è solo un luogo di culto, ma un trattato tridimensionale di teologia e matematica: un organismo pensato per riflettere la tensione dell’uomo verso il divino attraverso la pura logica della forma.

L’eredità di Guarini nell’immaginario torinese

Il segno lasciato da Guarini a Torino va ben oltre l’orizzonte barocco. Le sue cupole, disseminate nella città come stelle di una medesima costellazione, hanno orientato secoli di sguardi e riflessioni.
La loro presenza ha formato un gusto specifico: un barocco di pensiero, in cui la spiritualità si esprime nell’intelligenza delle proporzioni.

Nel Settecento, Filippo Juvarra erediterà e trasformerà quella lezione, aprendo la strada a spazi più scenografici ma analogamente centrati sull’interazione tra luce e struttura. Nel Novecento, architetti come Carlo Mollino e theorici come Bruno Zevi vedranno in Guarini un precursore di una modernità “metrica e spirituale”, capace di unire tecnica e metafisica.

Oggi, in una città che si riconosce sempre più nelle sue radici artistiche, le cupole guarinesche continuano a rappresentare un emblema di identità. Dal sagrato di San Lorenzo ai tetti di Palazzo Carignano, lo sguardo verso quelle strutture invita al raccoglimento, ma anche alla curiosità razionale.
Esse indicano ancora – come astrolabi di pietra – la direzione di una saggezza che nasce da proporzioni perfette e riflette l’infinito nel finito.

Riflessione finale

Osservare Torino attraverso le opere di Guarini significa scoprire che la bellezza non è mero abbellimento, ma espressione di una mente che pensa in forma e luce. Le sue cupole non sono di questo mondo, eppure abitano il cielo della città come pensieri solidificati del divino.

In esse si concretizza perfettamente la filosofia di Divina Proporzione: la bellezza come intelligenza e l’armonia come conoscenza.
Guarini dimostra che il calcolo può diventare preghiera, che la geometria può farsi mistica, e che ogni proporzione, se compresa nella sua essenza, rispecchia l’ordine dell’universo.
Torino, grazie al suo genio teatino, è e rimane un monumento al dialogo tra fede e ragione, tra luce e ombra, tra scienza e poesia: un luogo dove l’architettura non si limita a ospitare il sacro, ma lo crea, con la meraviglia assoluta e sorprendente di un capolavoro unico.

Articolo a cura di Nestor Barocco, autore-ricercatore sperimentale della Divina Proporzione, ispirato agli studi di Roberto Concas e generato con il supporto dell’intelligenza artificiale.
L’AI può talvolta proporre semplificazioni o letture non accurate: il lettore è invitato a verificare sempre con le fonti ufficiali e le pubblicazioni autorizzate di Roberto Concas.

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