Lasciati incantare dal mondo dei retabli sardi, dove oro, colore e devozione si fondono in storie che risplendono ancora oggi tra i silenzi delle chiese antiche della Sardegna
In Sardegna, tra la pietra del silenzio e il vento del mare, esiste un patrimonio che unisce pittura, fede e identità locale: la Sardegna dei Retabli. È un universo pittorico che si svela nelle chiese di villaggi remoti e nelle cattedrali coronate da secoli, dove antichi pannelli dorati custodiscono non solo l’immagine del divino, ma la voce di un popolo che ha saputo tradurre la spiritualità in forma visibile. Scoprire questo tesoro nascosto significa percorrere una geografia poetica di altari smontati, tavole disperse e colori che ancora oggi brillano di un ardore antico.
In questa “Sardegna dei Retabli: scopri l’affascinante tesoro nascosto”, si incontra una via artistica e spirituale che attraversa il Mediterraneo, un dialogo tra le scuole catalane, le botteghe iberiche e la sensibilità insulare. È un viaggio nella memoria luminosa del Quattrocento e del Cinquecento sardo, epoca in cui le isole non erano margini ma snodi di culture e rotte.
- I retabli: architetture della pittura sacra
- Radici iberiche e fisionomia sarda
- I maestri e le botteghe
- La materia della luce: oro, pigmenti, devozione
- Custodire la memoria: musei e restauri
- Riflessione finale
I retabli: architetture della pittura sacra
I retabli (dal catalano retaule) sono complessi d’altare che uniscono pittura, scultura e architettura lignea in un’unica forma d’arte totale. Collocati dietro l’altare, costituivano il fulcro visivo e teologico dello spazio liturgico: una cattedrale in miniatura, destinata ad essere contemplata più che osservata.
Nel contesto sardo, questi manufatti arrivano e si sviluppano grazie agli scambi con la Corona d’Aragona a partire dal XIV secolo. Si diffondono soprattutto tra XV e XVI secolo, trasformando le chiese di Alghero, Sassari, Iglesias e Oristano in scenografie della trascendenza.
Le composizioni si organizzano in registri e comparti: nel centro Cristo, la Vergine o il santo titolare; ai lati, le storie della loro vita; nella predella, episodi minori; e in alto, spesso, il Padre Eterno o un’Annunciazione. Le cornici dorate e intagliate richiamano una teologia della luce, nella quale il riverbero dell’oro non rappresenta sfarzo, ma presenza divina.
Come osserva il Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico “G.A. Sanna” di Sassari, che custodisce numerosi esempi quattrocenteschi, i retabli costituiscono una delle testimonianze più importanti per comprendere la formazione di una scuola pittorica autonoma in Sardegna, capace di assimilare modelli iberici ma di elaborare una propria voce iconografica e cromatica.
Radici iberiche e fisionomia sarda
Per cogliere la fisionomia di questa “isola dei retabli”, è necessario comprendere l’intreccio tra dominazione aragonese e identità locale. I maestri catalani, giunti al seguito dei funzionari o dei missionari, introdussero tecniche e modelli stilistici che si armonizzarono presto con l’immaginario sardo.
Nel Quattrocento, figure come il Maestro di Castelsardo e il Maestro di Sanluri incarnarono la sintesi tra influssi gotico-catalani e un sentimento più terrigno, popolare, espressione del genius loci. I volti non sono idealizzati, ma carichi di umanità e pathos; le mani dei santi rivelano la stessa energia delle mani dei contadini o dei marinai.
Il colore, poi, dice molto della Sardegna. Accanto ai toni lapislazzuli importati dalla Catalogna, affiorano pigmenti locali, terre e ocra che narrano la pietra, la macchia mediterranea, il sole che brucia i campi. C’è in questa pittura una profonda coerenza ambientale e spirituale, come se l’isola intera diventasse una tavola sacra, dove il cielo si posa sulla terra e il divino si intreccia con la materia.
I maestri e le botteghe
Focus: Il Retablo di San Pietro di Tuili (1500 circa)
Uno dei vertici assoluti del Rinascimento sardo è il Retablo di San Pietro di Tuili, capolavoro del Maestro di Castelsardo, oggi conservato nella chiesa parrocchiale del piccolo paese della Marmilla. Con la sua sagoma cuspidata e le oltre venti tavole istoriate, rappresenta una summa di teologia visiva, dove pittura, scultura e architettura lignea dialogano nell’unità del sacro.
Tra i protagonisti di questa stagione si rivelano personalità misteriose, spesso identificate solo dalle loro opere. Il Maestro di Ozieri, il Maestro di Sinnai, il Maestro di Arborea: nomi convenzionali per artisti reali, che lavoravano tra botteghe, conventi e monasteri. Spesso il loro stile rivelava una formazione iberica con influssi fiamminghi; ciò dimostra come la Sardegna fosse tutt’altro che isolata, ma parte di un ampio circuito mediterraneo di immagini e maestranze.
Le botteghe funzionavano come centri di trasmissione tecnica: la doratura a guazzo, la preparazione del gesso, la stesura del bolo armeno, i disegni preparatori su carta. Il maestro e i garzoni operavano in sequenza, secondo ritualità che univano mestiere e preghiera. Ogni pennellata era offerta devota, ogni tavola una liturgia di gesti.
Un elemento distintivo dei retabli sardi è anche la loro capacità di integrare narrazione, decorazione e architettura in uno spazio unitario. Non sono mai solo pittura: sono strumenti di catechesi visiva, frontiere tra visibile e invisibile.
La materia della luce: oro, pigmenti, devozione
La luce è la vera protagonista di questi altari dipinti. L’oro, battuto e inciso, trasforma la superficie in una costellazione di raggi, riflettendo il lume delle candele e creando una vibrazione mistica tra la figura e l’osservatore.
I pigmenti raccontano una geografia di commerci: il blu oltremare importato dallo Yemen, il cinabro iberico, il verderame siciliano. Ogni colore aveva un valore simbolico: l’azzurro per la Vergine, il rosso per il martirio, il verde per la speranza. Ma nel contesto sardo queste simbologie si intrecciano con la cultura popolare: il dorato contro il male, l’azzurro come protezione, il rosso come calore vitale.
La devozione dei fedeli completava il ciclo vitale del retablo. Nel corso dei secoli, le tavole venivano toccate, ornate, restaurate con spontaneità, come reliquie vive. Perfino le ridipinture, talvolta goffe, testimoniano un amore continuo per la sacralità dell’immagine.
Nel passaggio tra Medioevo e Rinascimento, i retabli sardi si caricano di significati sempre più umani. Se nei primi esempi domina la ieraticità, nel Cinquecento vediamo un linguaggio più dinamico, aperto alla maniera, alla grazia del gesto e al raccontare attraverso la luce. È in questo momento che il retablo cessa di essere solo l’altare e diventa racconto figurato della comunità.
Custodire la memoria: musei e restauri
Il destino di molti retabli sardi è stato frammentario: tavole smontate, disperse, talvolta vendute o destinate all’oblio. Solo nel Novecento sono iniziate missioni di censimento, studio e restauro che hanno restituito visibilità a un patrimonio straordinario.
Il già citato Museo “G.A. Sanna” di Sassari, il Museo Nazionale di Cagliari, il Museo Diocesano di Alghero, il Museo diocesano Arborense di Oristano e le parrocchie stesse custodiscono oggi decine di retabli restaurati. Queste istituzioni collaborano con università e soprintendenze per documentare ogni manufatto, catalogarne le parti e incoraggiare nuove letture iconografiche.
Grazie a tali interventi è possibile riscoprire la raffinatezza dei dettagli: la doratura originale sotto le ridipinture ottocentesche, le firme leggibili alla luce radente, i segni dei pennelli che raccontano la “mano” del pittore. Si scopre allora che dietro ogni opera non vi è soltanto devozione, ma una sofisticata grammatica della bellezza.
Un recente progetto della Regione Autonoma della Sardegna ha mirato a creare un itinerario digitale dei retabli, intrecciando mappa territoriale e schedature fotografiche. Una sorta di “mappa dei santuari di luce”, utile sia alla ricerca accademica sia al turismo culturale consapevole.
Questa nuova sensibilità ci invita a pensare i retabli non come reliquie statiche, ma come ponti tra storia e contemporaneità: elementi che raccontano ancora oggi il rapporto tra arte e spiritualità, territorio e identità.
Riflessione finale
Nel riscoprire la Sardegna dei retabli, comprendiamo quanto l’arte possa essere un organismo vivente, un linguaggio che attraversa i secoli per rinnovare la coscienza del sacro e la percezione della bellezza. In queste tavole non c’è solo pittura: c’è un fitto dialogo tra fede, artigianato, e intelligenza della forma.
Ogni figura dipinta è una meditazione sulla proporzione tra umano e divino. E proprio nella proporzione — quel principio che dà il titolo alla nostra rivista — si dispiega il senso ultimo di queste opere: la bellezza come forma di intelligenza, l’armonia come conoscenza.
Osservare un retablo sardo significa guardare la materia che si trasfigura in luce, l’immagine che si fa respiro, l’isola che diventa altare. È un invito a vivere l’arte non come ornamento, ma come geometria del sacro, misura segreta di quel legame eterno tra uomo e mistero.





