In ogni gradino vive il desiderio umano di superare sé stesso, di toccare con la mente ciò che l’anima già conosce. È un cammino interiore e luminoso, dove la materia si fa spirito e la conoscenza diventa pura elevazione
C’è un’immagine che attraversa la storia dell’umanità come un filo d’oro: la scala e l’ascesa, la visione di un cammino che, gradino dopo gradino, conduce l’essere umano verso l’alto, verso una conoscenza più pura e una bellezza più rarefatta. È una metafora universale che unisce religione e filosofia, arte e architettura, mistica e scienza delle proporzioni. Ogni epoca ha interpretato questa “scala” come un viaggio spirituale e intellettuale, una tensione verticale che eleva lo spirito oltre i limiti della materia. In essa si riflette l’eterna aspirazione dell’uomo a un viaggio divino, nel quale la materia si sublima e la conoscenza diventa luce.
Il tema, tanto antico quanto attuale, attraversa la Bibbia e l’architettura sacra medievale, si specchia nelle visioni di Dante e si rinnova nell’arte contemporanea. Oggi, parlare di “scala e ascesa” significa riflettere su come l’esperienza estetica e spirituale possa ancora essere un atto di elevazione, un esercizio di misura e di armonia — come vuole la filosofia della Divina Proporzione, dove la bellezza è intelligenza e l’armonia è conoscenza.
- La scala come archetipo del viaggio interiore
- L’ascesa nelle arti sacre e nella mistica medievale
- Architettura dell’ascesa: la scala come simbolo dello spazio divino
- Dall’alchimia alla modernità: salire come trasformazione
- Focus: La Scala di Giacobbe nella miniatura rinascimentale
- Riflessione finale
La scala come archetipo del viaggio interiore
L’immagine della scala attraversa culture e religioni come un simbolo archetipo di connessione tra il mondo terreno e quello celeste. Dalla “Scala di Giacobbe” narrata nella Genesi, dove angeli salgono e scendono sul ponte fra la terra e il cielo, fino ai trattati neoplatonici sull’ascesi dell’anima, la scala rappresenta la possibilità del dialogo fra uomo e divino. È un dispositivo immaginario, ma anche uno strumento di misura: scandisce il ritmo della crescita spirituale, come una notazione musicale dell’interiorità.
Secondo lo Yale University Divinity School, la figura della scala biblica è un paradigma teologico del movimento reciproco fra il mondo umano e quello di Dio: salire non significa conquistare, ma rispondere a una chiamata, un atto di corrispondenza amorosa. È questo doppio movimento – discendere e risalire – che fonda la dinamica della conoscenza mistica.
Nel pensiero platonico e poi neoplatonico, la scala diventa un vettore di illuminazione graduale. Platone, nel Simposio, parla della “scala dell’amore” come di un itinerario che porta dai corpi belli alle anime belle, fino alla contemplazione del Bello in sé. Ogni “gradino” è una soglia di consapevolezza, un abbandono della materia e un avvicinamento alla forma perfetta. Nell’arte e nella filosofia del Rinascimento, questa immagine si traduce nel linguaggio della proporzione, della simmetria e della verticalità: ciò che sale è sempre, anche, ciò che tende all’unità.
L’ascesa nelle arti sacre e nella mistica medievale
Durante il Medioevo cristiano, l’ascesa divenne un tema centrale dell’iconografia. I monaci, gli architetti e i teologi si riconoscevano in questa immagine di progresso verso la luce. I chiostri scandivano i gradi della meditazione come una scala silenziosa; le cattedrali gotiche, con i loro slanci verticali, traducevano in pietra il desiderio dell’anima di elevarsi a Dio.
Bernardo di Chiaravalle, nel XII secolo, scrisse che “la scala della contemplazione ha sette gradini, che sono le virtù dell’animo: umiltà, carità, fede, speranza, dolore, pietà e pace”. L’ascesa è qui un cammino etico e spirituale, non soltanto estetico. Ogni gradino è una purificazione. L’arte e l’architettura assumono così una funzione pedagogica: aiutare l’occhio – e il cuore – a sollevarsi.
Nei manoscritti miniati, nelle prediche dei mistici, e soprattutto nelle visioni di Ildegarda di Bingen, la scala è descritta come una geometria sacra, una corrispondenza fra proporzione divina e armonia cosmica. Secondo alcuni studiosi del Museo di Cluny di Parigi, le rappresentazioni medievali della “scala celeste” mettono in luce un principio caro alla scienza dell’epoca: la bellezza è segno di verità. La salita, dunque, è non solo simbolica ma anche conoscitiva; ogni gradino è una formula di rapporto, una frazione della perfezione di Dio.
Architettura dell’ascesa: la scala come simbolo dello spazio divino
L’architettura ha tradotto la metafisica dell’ascesa in pietra, luce e proporzioni. Dalle piramidi egizie alle ziggurat mesopotamiche, dai templi maya alle torri gotiche, la verticalità diventa misura della fede. Costruire in alto è voler toccare il divino, ma anche descrivere la tensione dell’uomo verso l’invisibile.
Nel Rinascimento, questo impulso si fa calcolo, geometria, misura aurea. La scala elicoidale del Bramante nel cortile del Belvedere in Vaticano (1505 circa) ne è un emblema perfetto: un percorso ascendente continuo che simboleggia la connessione fra cielo e terra attraverso la scienza. La spirale, forma organica e matematica al tempo stesso, rappresenta l’eternità del moto e l’infinita possibilità dell’ascesa.
Anche nelle architetture contemporanee si riconosce questa eredità. Le opere di Santiago Calatrava o di Zaha Hadid sfruttano la verticalità e la curva come “movimenti ascensionali” dello spazio. Non è più una scala fisica, ma un continuum fluido che avvolge e guida lo sguardo. L’ascesa diventa esperienza immersiva, un viaggio sensoriale verso la leggerezza.
- Esempi di architetture ascensionali:
- La torre di Babele (mito e architettura dell’eccesso)
- Le guglie del Duomo di Milano
- La Scala del Bramante in Vaticano
- Il Guggenheim Museum di Wright, spirale come percorso evolutivo
Il simbolismo della scala, forse, non si è mai estinto: si è solo trasformato in linguaggio, in emozione spaziale.
Dall’alchimia alla modernità: salire come trasformazione
Nel linguaggio alchemico, salire significa trasformare – o meglio, sublimare. L’“opus” del filosofo è un’ascesa della materia verso lo spirito. Ogni elemento deve essere raffinato per raggiungere lo stato più puro. La scala philosophorum delle tavole alchemiche era divisa in sette gradini, come i pianeti, come le fasi della trasformazione, come i giorni della Creazione.
Nell’Umanesimo italiano, questo concetto diventa anche intellettuale: l’uomo è misura di tutte le cose, ma la misura vera si trova nell’armonia con il divino. Marsilio Ficino traduce e commenta la scala amoris di Platone, vedendovi il cammino interiore dell’anima verso Dio attraverso la contemplazione della bellezza. Il Rinascimento, dunque, è un periodo in cui l’ascesa coincide con il conoscere.
Nel mondo moderno, questa tensione sopravvive nell’arte e nella poesia. Kandinskij parla della “necessità interiore” di ascendere all’essenziale; Anselm Kiefer costruisce scale verso il cielo nei suoi paesaggi di piombo e fieno, memori delle ferite del Novecento. Salire non è più solo elevarsi, ma anche riabilitare la materia, dare peso e luce al dolore. L’ascesa diventa catarsi, un atto estetico e morale insieme.
Focus: La Scala di Giacobbe nella miniatura rinascimentale
1490 – Biblioteca Apostolica Vaticana, Cod. Urb. lat. 629
Nel codice illustrato della Scala coeli custodito presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, una miniatura mostra Giacobbe addormentato sotto il cielo stellato; dal suo corpo si innalza una scala dorata popolata di angeli in moto alternato. È una visione di armonia perfetta: il moto ascendente e discendente rappresenta la ciclicità della grazia. Gli angeli non “salgono via” dal mondo, ma si alternano nel mantenere viva la comunicazione fra cielo e terra.
L’immagine si inserisce nella cultura prospettica del Quattrocento: il pittore non rappresenta un simbolo astratto, ma costruisce uno spazio misurabile, una struttura che riflette i principi della proporzione divina. Si rivela così una consapevolezza nuova: la scala è anche architettura dell’anima, misurata in luce e geometria.
Queste miniature furono spesso usate per la meditazione privata, come strumenti di concentrazione visiva. L’ascensione si fa esperienza sensoriale, supportata dall’arte. È un viaggio divino esclusivo e sublime, percorso silenzioso di iniziazione alla visione.
Riflessione finale
La scala, in tutte le sue forme – mitica, mistica, architettonica, artistica – è la metafora suprema dell’intelligenza ascendente, dell’anima che si eleva attraverso la conoscenza e la bellezza. Essa ci ricorda che l’arte non è semplice decorazione del mondo, ma strumento di trasfigurazione. Ogni gradino è un atto di consapevolezza, un equilibrio fra peso e luce.
Nel pensiero che guida questa rivista, Divina Proporzione, riconosciamo nella scala l’immagine stessa del nostro cammino culturale: un incessante ascendere verso l’armonia, dove la proporzione è verità, la forma è mezzo di conoscenza e la bellezza non è un lusso, ma una forma di intelligenza.
In fondo, salire non è mai fuggire dal mondo: è imparare a guardarlo da una prospettiva più alta, dove ogni cosa, finalmente, trova la sua misura e la sua luce.





