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Segno e Simbolo: Verso una Grammatica del Vedere

Scopri come segno e simbolo trasformano il modo in cui guardiamo il mondo: non semplici forme o immagini, ma chiavi per decifrare il linguaggio invisibile che modella il nostro pensiero e le nostre emozioni

Il linguaggio delle immagini non si limita a ciò che appare: è un codice silenzioso che attraversa epoche, culture e coscienze. Segno e simbolo rappresentano le due polarità di questa lingua universale, l’una ancorata alla forma, l’altra immersa nel senso. Comprendere la differenza e la relazione fra queste due dimensioni significa accedere al cuore stesso del miglior linguaggio visivo, quello capace di parlare alla mente e al sentimento, alla memoria e alla visione futura.

Ogni civiltà ha inventato i propri segni, e da essi ha tratto simboli che condensano i miti e i sogni collettivi. In un tempo in cui l’immagine domina ogni schermo e ogni gesto comunicativo, ritornare al fondamento del segno e del simbolo non è un esercizio teorico, ma un atto di lucidità estetica e filosofica. Riscoprire il valore del segno e simbolo significa interrogare l’origine del visibile: il confine fra ciò che mostra e ciò che rivela.

Il segno: impronta e intenzione
Il simbolo: soglia e risonanza
Linguaggi visivi tra semiotica e spiritualità
Segno e simbolo nell’arte contemporanea
Focus – 1910: l’anno della nascita dell’astrazione pittorica
Riflessione finale

Il segno: impronta e intenzione

Il termine “segno” deriva dal latino signum: marchio, indizio, testimonianza. È la prima impronta che l’uomo lascia sul mondo per affermare la propria presenza. Dal graffito preistorico alle lettere dell’alfabeto, il segno è gesto che diventa forma. Come scriveva Roland Barthes nei Frammenti di un discorso amoroso, il segno è sempre doppio: è traccia concreta e richiamo mentale a un significato assente.

Nei graffiti rupestri di Lascaux, le figure di bisonti e cavalli non riproducono soltanto il reale: lo reinterpretano, lo evocano, lo rendono presente attraverso il tratto. Lì, il segno è rito, offerta, aspirazione magica. Secondo il Museo del Louvre, proprio in queste rappresentazioni nacque la coscienza estetica dell’uomo: il bisogno di tradurre il mondo in un codice ordinato di tracce.

Nel corso dei secoli, l’evoluzione del segno ha seguito due direzioni parallele:
Il segno come ordine grafico, che struttura il linguaggio scritto, la geometria, la calligrafia.
Il segno come espressione libera, che si fa gesto artistico, scarica dell’anima, movimento ritmico dello spirito.

Paul Klee, nel suo Diario di viaggio in Tunisia (1914), annotava: “Il segno conduce alla forma, la forma al significato; ma il significato è un ritorno al segno.” Questa circolarità indica che vedere, per l’artista, non è mai un atto passivo: è un pensare con la mano, un dialogo tra interiorità e materia.

Il simbolo: soglia e risonanza

Se il segno indica, il simbolo collega. È la soglia tra visibile e invisibile, tra l’immediato e l’eterno. L’etimologia greca, sym-ballein, significa “mettere insieme”: unire due frammenti per riconoscere un’unità. Nell’antichità il simbolo era una tessera spezzata che due persone conservavano ciascuna per sé; solo ricongiungendola si ristabiliva la totalità del legame.

In questa immagine originaria ritroviamo la natura profonda del simbolo: non rappresentare, ma ricomporre. Dove il segno delimita, il simbolo dilata. Dove il segno descrive, il simbolo evoca.
Pensiamo alla croce: da semplice figura geometrica diventa croce cristiana, sintesi di morte e resurrezione; oppure al cerchio, simbolo solare, immagine dell’eterno ritorno, della perfezione che non conosce inizio né fine.

Il simbolo è dunque energia archetipica, un magnete di significati. Carl Gustav Jung, nella sua Psicologia e alchimia, spiegava che il simbolo è una forma vivente che “concilia gli opposti nell’immaginazione”. Nella cultura visiva, ciò avviene ogni volta che l’occhio riconosce qualcosa di più grande di un segno grafico: un’eco spirituale.

Secondo il Warburg Institute, il simbolo opera come “veicolo della memoria culturale”, un dispositivo che attraversa il tempo traducendo le stesse tensioni fra sacro e profano, ordine e caos. In questa prospettiva, il linguaggio visivo è un archivio di simboli, continuamente riscritti dalle generazioni.

Linguaggi visivi tra semiotica e spiritualità

I nostri occhi non vedono solo forme, ma reti di segni che conducono al senso. La semiotica del visivo, sviluppata da pensatori come Umberto Eco e Algirdas Greimas, ha analizzato la struttura logica della percezione, mostrando come ogni immagine sia un messaggio regolato da codici.

Ma accanto alla scienza del segno vive un altro sapere: quello spirituale ed estetico, in cui il simbolo diventa esperienza trasformativa. Quando Hildegard von Bingen descrive le sue visioni come “immagini di luce che parlano”, attua un linguaggio visivo primordiale, dove percezione e trascendenza coincidono.

Il miglior linguaggio visivo non separa mai queste dimensioni. Esso combina:

Rigorosa costruzione segnica – regole, proporzioni, equilibrio.
Profonda vibrazione simbolica – intuizione, archetipo, spiritualità.

Da Leonardo a Kandinsky, da Beato Angelico a Paul Cézanne, la tensione fra segno e simbolo è la trama segreta dell’arte. Leonardo, nelle sue Note sul Paragone delle arti, concepisce il disegno come scienza del visibile ma anche prefigurazione dell’invisibile. Kandinsky, un secolo dopo, afferma che “ogni forma è un essere spirituale” e che il colore ha una “risonanza interiore”.

Là dove la semiotica descrive la logica del segno, l’arte sperimenta la logica dell’anima. L’atto creativo diventa così un atto conoscitivo, una scienza poetica che abita la soglia fra linguaggio e rivelazione.

Segno e simbolo nell’arte contemporanea

Nel panorama artistico contemporaneo, la riflessione su segno e simbolo acquista una rinnovata urgenza. In un’epoca segnata dalla iperproduzione di immagini, il rischio è la perdita di significato: il segno diventa segnale, il simbolo decorazione. Ma molti artisti tentano di restituire al linguaggio visivo la sua densità originaria.

Le sperimentazioni del secondo Novecento – dal gesto informale di Cy Twombly alle mappe concettuali di Joseph Beuys – rivelano un bisogno di reinvestire il segno di energia mitica, di “riattivarlo” nel presente. Twombly scrive, scarabocchia, cancella: il suo segno non comunica, evoca. È al tempo stesso parola e traccia, memoria e corpo. Beuys, invece, trasforma ogni materiale in simbolo: il feltro diventa protezione, il grasso diventa calore vitale.

Nel XXI secolo, con la digitalizzazione, il segno si smaterializza ma il simbolo non scompare: muta forma. Le icone digitali, i loghi, le emoji sono i geroglifici contemporanei di una civiltà che tende alla sintesi visiva. Non sempre, però, questa sintesi conserva la risonanza simbolica. Per questo nasce oggi una nuova ricerca artistica, che mira a restituire profondità all’immagine: dal video‑arte sacro di Bill Viola alla calligrafia meditativa dei maestri giapponesi.

In questa prospettiva, il “miglior linguaggio visivo” è quello che non si limita a comunicare, ma trasforma la percezione in esperienza di conoscenza. Un linguaggio in cui il segno ridefinisce la forma, e il simbolo ridefinisce il senso.

Focus – 1910: l’anno della nascita dell’astrazione pittorica

Nel 1910 Vasilij Kandinsky espone a Monaco il quadro Acquerello astratto, considerato il primo dipinto non figurativo della storia. Con esso si apre una nuova era: l’arte non deve più rappresentare il visibile, ma rendere visibile l’invisibile.

In quell’anno, la teoria del segno e del simbolo si incarnò nel colore puro, nella linea libera, nella forma che vibra come musica. Kandinsky, nel suo trattato Lo spirituale nell’arte, descrive ogni elemento pittorico come suono dell’anima: linea, punto e superficie diventano segni di una grammatica trascendentale.

Da quella rivoluzione nasceranno le poetiche della Bauhaus, del Suprematismo di Malevič, del Surrealismo simbolico di Miró, fino alla visualità concettuale del nostro tempo. Ogni gesto artistico successivo, consapevole o meno, porta ancora dentro di sé quell’eco del 1910: la scoperta che il segno può essere simbolo di se stesso, pura energia spirituale che prende forma.

Riflessione finale

Alla luce di questo percorso, si può dire che il dialogo fra segno e simbolo costituisca l’ossatura stessa della cultura visiva. Il segno è la misura, il simbolo è la risonanza; insieme definiscono la doppia natura dell’immagine: razionale e mistica, analitica e poetica.

Nel miglior linguaggio visivo, queste due forze non si oppongono ma si intrecciano: il segno disciplina, il simbolo anima. È la stessa logica che governa l’armonia di una fuga di Bach, la proporzione di un tempio dorico, o la disposizione delle galassie nel cosmo: una proporzione che è più che forma, perché riflette un principio superiore di ordine e intelligenza.

In fondo, comprendere il segno e leggere il simbolo equivale a riconoscere la continuità fra arte e conoscenza. Là dove l’immagine si fa pensiero, la bellezza diventa intelligenza sensibile; là dove la forma si fa rituale di significato, l’arte diventa conoscenza spirituale.

Così la lezione che si può trarre è semplice e profonda: vedere non basta, bisogna comprendere ciò che il segno nasconde e che il simbolo rivela. Solo allora la visione si farà armonia e la bellezza diventerà conoscenza, secondo la filosofia che anima Divina Proporzione: la bellezza come intelligenza, l’armonia come sapere.

Articolo a cura di Nestor Barocco, autore-ricercatore sperimentale della Divina Proporzione, ispirato agli studi di Roberto Concas e generato con il supporto dell’intelligenza artificiale.
L’AI può talvolta proporre semplificazioni o letture non accurate: il lettore è invitato a verificare sempre con le fonti ufficiali e le pubblicazioni autorizzate di Roberto Concas.

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